Itinerario di visita

Breve itinerario di visita

L’area in cui sorgerà Chiusi è abitata a partire dall’età del Bronzo medio e finale (XIII-X secolo a.C.) con piccoli villaggi ubicati sui rilievi collinari, in prossimità delle vie di comunicazione, identificati in vari punti del territorio, come a Poggio Gaiella e Montevenere, e della città: presso La Rocca Paolozzi e I Forti. I reperti recuperati sono relativi ad attività domestiche e artigianali legate all’economia di queste comunità. Tra di essi si annoverano frammenti di fornelli in terracotta, fuseruole e rocchetti per la tessitura, filtri per bollitoi usati per la scrematura del latte, coppe con anse a protome animale e anche oggetti più particolari quali una matrice per la fusione di anelli e aghi per la lavorazione del cuoio.

Con l’età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.), nel periodo cd. Villanoviano, alcuni insediamenti dell’età del Bronzo vengono abbandonati ma altri continuano il proprio sviluppo, tra questi, in particolare, quello di Montevenere sembra essere il più grande e articolato. La documentazione più cospicua proviene però dalle necropoli, in particolare da quella di Poggio Renzo, dove alla fine dell’Ottocento, tra i numerosi vasi biconici destinati a contenere i resti dell’incinerazione del defunto, fu scoperto uno straordinario coperchio di impasto (VIII secolo a.C.) con due figure plastiche che si abbracciano sulla sommità (cd. dell’abbraccio), in una scena di commiato tra il defunto e la sua sposa oppure, secondo altre interpretazioni, nella raffigurazione dell’incontro del morto con una divinità femminile, forse identificabile con Turan/Afrodite.

Con il periodo orientalizzante si assiste alla produzione di una classe di vasi cinerari antropomorfi caratteristica di Chiusi, chiamati canopi. Tra essi  spicca il prestigioso canopo di Dolciano (fine VII secolo a.C.), realizzato in bronzo e terracotta e posto su un trono decorato a sbalzo con motivi animali e vegetali, a sottolineare l’importanza del personaggio di cui custodiva le ceneri. 

Contemporaneamente risulta attiva una scuola di scultura che realizzava busti femminili in pietra fetida e travertino (xoana) che rappresentano donne piangenti (VI secolo a.C.), collocati in prossimità del sepolcro per rendere eterno il compianto funebre, oppure terrificanti animali, reali e fantastici, posti a protezione della tomba. Tra essi si distingue la grande sfinge (VI secolo a.C.) in pietra fetida (così denominata per il caratteristico odore di zolfo), trovata anch’essa nel XIX secolo e donata al museo dal conte Ottieri della Ciaja, che raffigura un mostro per metà leone e per metà essere umano con il compito di accompagnare il defunto verso l’Oltretomba.

Le tombe erano segnalate all’esterno per mezzo dei cippi funerari, segnacoli in pietra costituiti da una base parallelepipeda o cilindrica sormontata da un coronamento a sfera, spesso decorati a bassorilievo. Sulla base circolare del grande cippo in travertino (fine VI secolo a.C.) esposto nel corridoio centrale si snoda una movimentata scena di danza, che vede protagonisti giovani uomini e leggiadre fanciulle che si muovono al suono del flauto di Pan.

L’importanza della antica Chiusi è inoltre dimostrata dalle importazioni di ceramiche attiche a figure nere e rosse, tra cui si distingue il grande skyphos del Pittore di Penelope (440 a.C. ca.), con scene legate a episodi di Odisseo, forse tratti da un dramma teatrale: mentre Telemaco annuncia alla madre Penelope l’intenzione di andare alla ricerca del padre, o secondo altri il risultato infruttuoso delle sue ricerche, Odisseo, giunto ad Itaca travestito da mendicante, incontra il porcaro Eumeo e la nutrice Euriclea (qui indicata come Antiphata) che subito lo riconosce.

Intorno alla metà del VI secolo a.C. le officine ceramiche della città si specializzano nella produzione del bucchero con decorazione a stampo, nella quale sono annoverati calici e coppe, brocche di varia forma e grandi vasi per contenere e mescolare acqua e vino. In bucchero pesante sono realizzati anche dei fòculi: si tratta della riproduzione di bracieri completi di suppellettili per il banchetto, rinvenuti per lo più nelle tombe, dove venivano deposti per richiamare l’atmosfera del focolare domestico e le attività della casa.

L’importanza della figura femminile nel mondo etrusco è sottolineata dal grande ossuario Paolozzi (fine VII sec. a.C.), il cui nome deriva dal collezionista che nel 1907 lo donò al museo insieme alla sua raccolta. Sul coperchio è raffigurata, a tuttotondo, l’immagine della defunta: la statuetta, plasmata con  raffinati dettagli nella veste e nell’acconciatura, è circondata da piccole figure di donne piangenti, alternate a minacciose teste di grifo.

Nel V secolo a.C. le aristocrazie chiusine commissionano per i propri defunti grandi tombe dipinte, oggi conservate solo in parte. Il museo espone due pannelli con scene di banchetto staccati negli anni Cinquanta del secolo scorso dalla Tomba del Colle Casuccini (circa 470 a.C.), mentre gli altri dipinti sono ancora conservati all’interno dell’ipogeo, analogamente ai fregi pittorici della Tomba della Scimmia (circa 480 a.C.).

Sepolcri dipinti sono invece attestati solo occasionalmente nel periodo ellenistico, come nel caso della Tomba delle Tassinaie (II secolo a.C.), ricostruita con i pannelli originali realizzati dal pittore Augusto Guido Gatti nel 1911 per la Galleria della Pittura Etrusca del Museo Archeologico di Firenze. Le mezze lune raffigurate tra i nastri e i festoni che ornano le pareti dell’ipogeo richiamano il nome della famiglia, Tiu, che in etrusco significa Luna (tiur).

Allo stesso periodo appartengono le numerose urne in pietra e terracotta realizzate a matrice, provenienti dalle numerose tombe disseminate nel territorio di Chiusi, tra le quali si ricorda l’urna detta dell’artigiano (II secolo a.C.), con il defunto semirecumbente sul coperchio che tiene in mano un regolo, strumento utilizzato per prendere le misure.

In epoca romana la città fu municipium: a questa fase appartiene il ritratto in marmo di Augusto (I secolo d.C.) nella veste di pontifex maximus, di fabbrica urbana, considerato uno dei migliori che ci siano pervenuti. La testa fu trovata alla fine del Settecento nell’area dell’Orto del Vescovo e giunse al museo nel 1871 insieme alla collezione Vescovile.

Da una ricca villa romana situata presso Montevenere proviene invece l’emblema musivo policromo con scena di caccia al cinghiale e al cervo, prodotto da un’officina alessandrina e forse derivato da un originale pittorico greco. Il mosaico giunse al museo nel 1907 insieme alla collezione Paolozzi.

La lunga storia della città di Chiusi continua nel VI-VII secolo d.C. con un importante stanziamento longobardo, al quale sono da ricondurre ricchi corredi di guerrieri e donne di alto livello sociale rinvenuti in località Arcisa, tra i quali spicca la preziosa fibula in argento dorato decorata in stile animalistico e geometrico con piccole teste umane stilizzate.

 

La necropoli di Poggio Renzo. Tombe del Leone, della Scimmia e della Pellegrina

La strada che il visitatore oggi percorre per recarsi dal Museo Nazionale Etrusco di Chiusi alla necropoli di Poggio Renzo, una delle più vaste ed antiche aree di sepoltura dell’antica città etrusca, ricalca un percorso che risale agli anni Trenta del Novecento, tracciato per mettere in comunicazione, attraverso una Passeggiata Archeologica, i maggiori monumenti allora esistenti, considerati “il patrimonio più grande e prezioso” della città. Tra gli ipogei inseriti nell’itinerario sono ad oggi visitabili la Tomba del Leone e la Tomba della Scimmia (V secolo a.C.), la Tomba della Pellegrina (IV-II secolo a.C.) e la Tomba del Colle Casuccini (V secolo a.C.). Si tratta di grandiosi ipogei dipinti, con pianta a croce, riservati alle aristocrazie chiusine di età arcaica; anche la Tomba della Pellegrina, sebbene più tarda, appartenne ad una importante famiglia, i Sentinate, che per oltre cento anni, per più generazioni, vi depose i propri morti.

La Tomba del Leone è ubicata sulle pendici occidentali di Poggio Renzo, prende il nome dai felini originariamente raffigurati sull’architrave tra l’atrio e la camera di destra; le pareti erano dipinte con scene di banchetto e giochi atletici, oggi non più visibili. È conosciuta anche come Tomba del Pozzo per la profonda cavità che si apre sulla sommità della collina sovrastante il sepolcro. Le prime notizie sul grandioso ipogeo risalgono al 1892, ma è probabile che la tomba fosse stato già scoperta in precedenza, in occasione delle esplorazioni nella zona da parte di Alessandro François. Alla fine dell’Ottocento il sepolcro risultava già violato e quanto è rimasto dei corredi originari, recuperati e documentati nel primo scavo sistematico dell’ipogeo, avvenuto nel 1927, è oggi riunito ed esposto nel museo. La tomba fu utilizzata tra la fine del VI e gli inizi del III secolo a.C., verosimilmente senza soluzione di continuità.

La Tomba della Scimmia è situata anch’essa sulle pendici occidentali di Poggio Renzo, vicino alla Tomba del Leone. Prende il nome dalla raffigurazione di una scimmietta incatenata ad un cespuglio dipinta sul fregio che decora le pareti dell’atrio, con giochi funebri in onore della defunta che vi assiste seduta sotto un parasole. Tracce di pittura sono conservate anche nella camera di fondo, nella quale spicca un sorprendente lacunare con quattro sirene agli angoli. L’ipogeo, già depredato in antico, fu scoperto nel 1846 da Alessandro François, famoso scavatore dell’epoca e allora Commissario di Guerra e Marina del Granduca di Toscana. Viene datata al primo quarto del V secolo a.C.

La Tomba della Pellegrina si trova nell’area meridionale della sommità di Poggio Renzo, prende il nome dal vicino podere in proprietà Bonci Casuccini, dove nel 1928 avvenne la scoperta, in occasione della realizzazione della Passeggiata Archeologica. L’ipogeo presenta una camera di fondo e due celle laterali, precedute da un lungo dromos (corridoio) con quattro nicchiotti, originariamente chiusi da tegole secondo un uso ben attestato a Chiusi in epoca ellenistica. Al momento del rinvenimento, la tomba, già violata, conservava ben diciassette deposizioni in urne e sarcofagi, databili tra la fine del IV e la prima metà del II secolo a.C. e ancora oggi esposti all’interno del sepolcro, in una suggestiva ambientazione.

 

La Tomba del Colle Casuccini

La Tomba del Colle Casuccini è ubicata sul versante sud-est della omonima collina. L’ipogeo è chiuso da una porta a due battenti in travertino, attraverso la quale si accede all’atrio, con soffitto a doppio spiovente e pareti dipinte con scene di banchetto e giochi dalla vivace policromia, che però hanno subito vari ritocchi nel corso del tempo; la camera di fondo è decorata con una teoria di danzatori e suonatori tra arbusti. Il sepolcro, scoperto nel 1833 a seguito di lavori di bonifica, fu trovato già depredato. La tomba è datata al secondo quarto del V secolo a.C.

 

Riferimenti bibliografici

M. Iozzo-F. Galli, Museo Archeologico Nazionale di Chiusi, Chiusi 2003

G. Paolucci, Documenti e memorie sulle antichità e il Museo di Chiusi, Roma 2005

AaVv, +110. Museo Etrusco di Chiusi, Siena 2011

M. Salvini (a cura di), Il Museo Nazionale Etrusco di Chiusi tra storia e collezioni, Siena 2012

M. Salvini-G. Paolucci-P. Pallecchi (a cura di), La Tomba del Colle nella Passeggiata Archeologica a Chiusi, Roma 2015