Storia del museo

Storia del museo

La prima idea di istituire un museo pubblico a Chiusi risale al 1831, quando Federigo Sozzi, allora gonfaloniere della città e grande animatore dell’archeologia chiusina di quegli anni, presentò il progetto di esporre le antichità di Chiusi al piano terreno del Palazzo Comunale, già occupato da un carcere denominato l’Inferno. L’iniziativa non andò a buon fine e Chiusi dovrà aspettare ancora quaranta anni prima di avere un museo cittadino.

Il Museo di Chiusi fu inaugurato il 28 ottobre 1871, presso le due sale in via Mecenate che già avevano ospitato la famosa collezione Casuccini, acquistata dal neonato Stato italiano e trasferita pochi anni prima al Museo di Palermo. I locali, infatti, erano stati comprati dal Comune nel 1870 insieme a quanto ancora rimaneva della prestigiosa raccolta. Le antichità già depositate in via Mecenate, tra cui erano presenti molti vasi in bucchero, alcune urne cinerarie e una piccola statua cinerario in pietra fetida, andarono così a costituire il nucleo iniziale dell’esposizione del Museo pubblico, a cui si aggiunsero subito le antichità della collezione vescovile, tra cui figuravano ceramiche attiche, buccheri e bronzi, oltre al bellissimo ritratto in marmo di Augusto, scoperto nei giardini adiacenti il Palazzo vescovile, e alla fronte del sarcofago romano con la rappresentazione della caccia al cinghiale calidonio, proveniente dalla distrutta basilica di Santa Mustiola.

Nel corso degli anni Settanta del XIX secolo la raccolta fu incrementata grazie agli scavi intrapresi nei terreni di proprietà demaniale dalla locale Commissione Archeologica, istituita nel 1860 e poi più volte rinnovata proprio allo scopo di “fondare un Museo Etrusco nella città di Chiusi”.

Numerose urne cinerarie iscritte, scoperte nei sepolcri disseminati nel territorio circostante e donate dai possidenti fondiari e dal clero, si aggiunsero ben presto alla raccolta del giovane museo, che fu ampliata anche grazie ad importanti acquisti effettuati sul vivace mercato antiquario dell’epoca, tra cui lo straordinario skyphos eponimo del pittore di Penelope.

Ben presto i locali di via Mecenate si rivelarono però insufficienti a conservare ed esporre le numerose antichità raccolte, rendendo necessaria la costruzione di una nuova e più ampia sede espositiva. Nel 1894 il Comune acquistò un terreno ubicato lungo via Porsenna, a breve distanza dal Duomo, allo scopo di costruire uno stabile che servisse come museo. Il progetto fu affidato all’architetto purista Giuseppe Partini, che realizzò la costruzione in stile neoclassico che ancora oggi ospita il Museo Nazionale Etrusco. L’edificio, ispirato all’edilizia templare, risultava sopraelevato rispetto al piano stradale grazie ad una breve scalinata ed era costituito da un’ampia sala centrale circondata da corridoi su ogni lato, illuminata dagli ampi lucernai del soffitto e preceduta da un ampio pronao con quattro colonne doriche e due pilastri in facciata.

Il nuovo museo  fu inaugurato il 22 agosto 1901 al grido di: “Viva l’Italia, viva il Re, viva il Conte di Torino!”, presente, quest’ultimo, alla cerimonia di apertura. L’esposizione era stata curata da Luigi Adriano Milani, allora direttore del Regio Museo di Firenze. I materiali erano ordinati per classi: le tegole iscritte, le olle e le urne cinerarie in terracotta furono addossate alle pareti dei corridoi laterali, sul pavimento vennero invece collocati gli ossuari in pietra e alcuni sarcofagi; all’ingresso della sala centrale furono poste due sculture in pietra raffiguranti donne piangenti (xoana), mentre le vetrine che esponevano i canopi, il vasellame in bucchero e in bronzo furono sistemate contro le pareti laterali dell’aula, che ospitava, al centro, la grande sfinge in pietra fetida, dono del Conte Ottieri della Ciaja.

Pochi anni dopo, nel 1907, la raccolta del Museo Etrusco fu notevolmente arricchita grazie al lascito testamentario del conte Giovanni Paolozzi, che già in vita, in più occasioni, aveva contribuito con vendite e donazioni di buccheri, sculture e iscrizioni all’incremento delle antichità chiusine.

Nel 1934 Enrichetta Mieli Servadio donò al Museo di Chiusi la ricca collezione del padre, Leone Mieli, messa insieme a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento con i materiali provenienti dagli scavi nella grande necropoli di Castelluccio-La Foce-Tolle e in località Casa al Vento, tra Pienza e Chianciano Terme.

Frattanto l’edificio e l’allestimento del museo avevano subito ulteriori trasformazioni: nel 1932, su progetto dell’architetto senese Egisto Bellini, fu completata la realizzazione della nuova ala e aggiunta una seconda aula, e subito dopo, nel 1934, fu riorganizzato l’allestimento ad opera di Doro Levi, allora funzionario della Soprintendenza alle Antichità d’Etruria, che nel 1935 ne pubblicò anche la guida scientifica.

Nel 1944 il Museo subì gravi danni a seguito di un cannoneggiamento nello scontro tra truppe tedesche e alleate, e fu riaperto nel 1948 dopo il riordino a cura di Guglielmo Maetzke, futuro Soprintendente.

Nel 1963 il Museo Civico di Chiusi divenne statale, assumendo la denominazione di Museo Nazionale Etrusco ma mantenendo un forte legame con la città di Chiusi, tanto che nella Legge di statizzazione fu stabilito che: “ tutte le cose di qualunque natura e valore esistenti nel Museo non dovranno mai, per nessun motivo, essere rimosse dal Comune di Chiusi” (Legge 1847 del 31 dicembre 1962, art. 5).

Nel corso dei decenni successivi il Museo fu più volte riorganizzato, fino a giungere all’attuale allestimento, realizzato nel 2003 secondo criteri cronologici e tematici.