Le collezioni del Museo

Le collezioni del Museo.

La scultura fino al XII secolo.

Per i secoli XI e XII le opere testimoniano la varietà delle tipologie (capitelli, gruppi reggileggio, architravi) e la presenza di culture diverse che si incrociano a Pisa e nelle chiese del contado. Nel cantiere della cattedrale operano le maestranze di Rainaldo, Guglielmo e Biduino, che danno vita ad una molteplicità di tendenze formali, ispirate di volta in volta al mondo islamico, a quello provenzale, al critico confronto col mondo romano.

La scultura del Duecento.

L’inizio del Duecento si apre a Pisa con la presenza di maestranze di provenienza bizantina, che introducono novità culturali nell’arte cittadina. Contemporaneamente si fa avanti un nuovo linguaggio scultoreo di ispirazione padana e transalpina, attraverso l’intervento dei maestri Guidi, di origine comasca, particolarmente propensi ad impiegare figure di animali, ibridi e figure umane in composizioni complesse e fantastiche. Con la metà del secolo riacquista vigore la scultura di recupero classico con l’opera di Nicola “de Apulia” (Nicola Pisano), formatosi nella raffinata cultura meridionale della corte di Federico II di Svevia e propenso allo studio e alla reinterpretazione in chiave gotica dei modelli plastici romani, come rivela già il pulpito da lui realizzato per il Battistero (1260).

La scultura del Trecento.

Notevoli sono le testimonianze degli sviluppi della scultura a Pisa nel Trecento, con il figlio di Nicola, Giovanni Pisano e con i maestri che si formano nella sua bottega. Le opere provengono tutte dai maggiori edifici sacri della città (San Michele in Borgo, Santa Maria della Spina), di cui costituivano elementi di decorazione architettonica ovvero arredi interni (pulpiti, come quelli di San Michele in Borgo e di San Sisto e sepolcri di personaggi illustri). I pezzi testimoniano il diffondersi della cultura gotica, incline alla rappresentazione della figura umana e delle sue espressioni, allo studio dei movimenti e delle posizioni. Oltre a Giovanni Pisano e al senese Tino di Camaino, sono presenti numerose opere del maggiore scultore italiano del secondo Trecento, Andrea Pisano, col figlio Nino particolarmente dediti alla realizzazione di Madonne col Bambino, di solito parte di arredi architettonici. Alla bottega di Giovanni risalgono le opere di Giovanni di Balduccio e di Lupo di Francesco; quest’ultimo opera inizialmente assieme a Giovanni Pisano e Tino di Camaino e giunge ben presto ad assumere l’importante incarico di capo-maestro dell’Opera del Duomo. Egli lavora anche ad importanti commissioni di nobili pisani, quali il monumentale sepolcro dei conti della Gherardesca, che conserva notevoli resti di policromia e di doratura (per la metà inferiore è conservato al Museo dell’Opera del Duomo).
 
La scultura del Quattrocento.
Per i secoli XV e XVI sono esposte importanti opere che attestano il diffondersi a Pisa, dopo la conquista fiorentina (1409), della scultura che fa capo in primo luogo a Donatello; del maestro il museo conserva il prezioso busto-reliquiario di San Rossore (pervenuto a Pisa nel XVI secolo), che testimonia la precoce elaborazione di una ritrattistica attenta ai caratteri individuali e psicologici. Importanti sono anche le opere di Michelozzo e dei Della Robbia, con le quali si affiancano all’impiego del marmo quelli della terracotta invetriata e dello stucco. La tradizione fiorentina è svolta, a metà secolo, da Andrea di Francesco Guardi, che lavora per il rinnovato arredo di Santa Maria della Spina e dal lucchese Matteo Civitali, più incline ad un classicismo di impronta antiquaria.
 
La scultura lignea.
Il museo annovera anche importanti esemplari di scultura in legno, una tipologia tecnica che data dal medioevo all’epoca moderna, di cui sussistono in Italia non molti esemplari: una tecnica raffinata, cui al tempo era riconosciuto uno status pari a quello della scultura su pietra o marmo. Gli esemplari conservati al Museo datano dal XIII al XV secolo: Madonne, Santi o gruppi di Annunciazioni che andavano a decorare gli altari e il presbiterio delle chiese e che potevano anche essere trasportate in processione, nonché impiegate nelle sacre rappresentazioni. Alcuni esemplari più antichi datano fin dagli inizi del XIII secolo; della fine del secolo è una Madonna col Bambino in cui la postura, il tipo di panneggio e i tratti del volto rivelano la netta influenza della scultura gotica (lignea e eburnea) francese. Ma i più notevoli pezzi sono pertinenti al Trecento, a scultori quali Lupo di Francesco, Andrea Pisano e il figlio Nino, maestri nell’arte dell’intaglio in marmo e in avorio. Infine, a testimoniare gli altissimi esiti di questa particolare tipologia scultorea, restano le opere di Francesco di Domenico da Siena (Francesco di Valdambrino), che dalla fine del Trecento lavora a Lucca con Jacopo della Quercia, ma che nell’attività pisana assimila i linguaggi della tradizione locale, soprattutto dei modi dei due maggiori pisani Andrea e Nino di cui sono conservati rispettivamente un Angelo annunciante e la cosiddetta “Madonna dei Vetturini”.
 
Le ceramiche medievali.
Il Museo Nazionale di San Matteo raccoglie la più ricca collezione al mondo di ceramiche islamiche dei secoli X-XIII, qui conservatasi perché nella quasi totalità i bacini ceramici erano stati impiegati per decorare le murature esterne delle chiese medievali della città e del territorio durante la loro edificazione: una soluzione che si rintraccia in altre città del bacino del Mediterraneo, ma che a Pisa conobbe una particolare fortuna. Ventisei sono gli edifici che presentano ancora le tracce di questo tipo di decorazione, dai quali le ceramiche sono state asportate per essere sostituite con copie. I bacini conservati sono 631 e corrispondono ad un arco cronologico compreso tra la fine del X secolo e gli inizi del XV. Presentano tutti una particolare rifinitura di superficie, che può essere di più tipi: a semplice invetriatura, a smalto, a lustro metallico, ad invetriatura alcalina, a ingobbio. Le tecniche di decorazione ed i relativi motivi sono molteplici ed individuano distinti ambiti di produzione; se il gruppo di bacini più antico (fine X-inizi XIII) è di produzione islamica, quello più tardo (secoli XIII-XIV) è di produzione pisana e si distingue per una decorazione monocroma o che fa uso, sul fondo a smalto bianco, di semplici motivi in verde e in bruno.
 
Le raccolte di numismatica e sfragistica.
La collezione di monete comprende quasi duemila esemplari, tra i quali alcuni di epoca romana ed altri usciti dalle medievali zecche di Pisa, Siena, Arezzo, Firenze. Le monete pisane datano dall’epoca altomedievale (“tremissi” aurei longobardi) a quella comunale (“grossoni” di Federico II), fino a quelle medicea e lorenese. Interessante poi il nucleo di sigilli (e impronte in gesso) religiosi e laici, relativi alle più notabili confraternite, a famiglie pisane o all’antico Comune di Pisa (per i secoli XIII-XIV): in quest’ultimo caso essi recano alcuni simboli identificativi, come l’aquila, la Vergine, la croce. Nel medagliere figurano anche importanti placchette plumbee provenienti dalla chiesa di San Pierino recanti ciascuna una lunga iscrizione che ricorda la consacrazione della chiesa da parte dell’arcivescovo Pietro, e dalla chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno: una rara tipologia di oggetto votivo e documentario al tempo stesso, che documenta il fervore religioso della città nel XII secolo, legato al culto delle reliquie.
 
La pittura fino al Duecento.
Il museo conserva un’imponente e rara raccolta di pittura dei secoli XII e XIII (la più ricca che sia nota) con pregevoli tavole dipinte (ancone, icone e croci) provenienti dalle chiese pisane medievali, che si avvantaggiarono della posizione di prestigio politico, economico e culturale che Pisa ebbe nel Mediterraneo. Nonostante le cospicue dispersioni, numerose sono perciò ancora le immagini di referenza bizantina, riconoscibili dal formato quadrangolare e dalla tipica iconografia della Madonna col Bambino. Tra queste spiccano anche le croci dipinte, di cui le più antiche (prima metà XII-inizi XIII secolo) associano un uso insistito della linea di contorno alla impostazione monumentale della figura del Cristo triunphans, o trionfante, riprendendo in tal modo stilemi di ambito umbro-romano). Le croci più grandi erano esposte sopra le iconostasi o sull’arco trionfale della chiesa; le altre sono croci da altare; quelle double-face avevano un uso processionale. Nelle croci più grandi intorno al Cristo sono dipinte scene della sua vita e della Passione e le figure dolenti.
Nelle croci dell’inizio e della prima metà del Duecento si fa avanti, grazie alla presenza a Pisa di pittori e artisti greco-bizantini e all’innovativa attività di Giunta Pisano, primo pittore “internazionale”, attivo anche ad Assisi, Bologna e Roma, un nuovo linguaggio espressivo, che introduce nella cristianità occidentale e in particolare in Italia, il tipo del Cristo patiens, sofferente, di cui si accentuano le contrazioni del corpo e in cui si affida maggior spazio ai dettagli naturalistici, come il dolore del volto. Di questa rivoluzionaria accentuazione patetica, oltre che pittori fiorentini e senesi della seconda metà del secolo, farà tesoro anche il volterrano Berlinghiero, che con la sua bottega è a lungo attivo a Lucca, oltre ai pittori che con le loro botteghe animano tutto il Duecento pisano e che sono ben documentati nel museo (Ugolino e Enrico di Tedice, “…inellus”, “Michele di maestro Baldovino” ecc.).
 
La pittura del Trecento (prima metà).
La collezione di dipinti del Trecento è la più ricca del museo e assomma opere di varia cultura che permettono di comprendere la straordinaria varietà di spunti figurativi presenti a Pisa nel corso di quel secolo. Nei primi decenni è la presenza della grande pittura senese che si fa maggiormente sentire, principalmente con Simone Martini, che realizza verso il 1319 l’imponente polittico dell’altar maggiore per i Domenicani della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, capolavoro tra le pale d’altare suddivise in molteplici scomparti a fondo oro; una tipologia che sarà poi ripresa mirabilmente da Lippo Memmi con il polittico realizzato per la Cattedrale pisana ma venduto nel ’500 alla chiesa di Casciana Alta (ma oggi nel museo).
Presenti anche pittori fiorentini: un’opera riferibile a Buffalmacco, attivo a Pisa negli affreschi del Camposanto e di San Paolo a ripa d’Arno da cui forse proviene la sinopia del San Cristoforo e vari affreschi staccati dal chiostro del convento di San Francesco attribuiti a Taddeo Gaddi.
La lezione dei senesi favorisce la maturazione del maggior pittore pisano del tempo, Francesco di Traino, autore del polittico di San Domenico per la stessa chiesa (ma oggi nel museo), oltre che miniatore e frescante. Tra i più notevoli pittori italiani del periodo, forse scomparso con la grande peste del 1348, Francesco Traini mostra personalità autonoma che raccoglie spunti sia senesi che fiorentini, sviluppando un registro narrativo del tutto originale e che appare legato al potente ambiente domenicano.
 
I codici miniati.
Di notevole importanza è la sezione dedicata ai codici miniati, che conserva esemplari dal XII al XIV secolo, notevoli per la ricchezza delle illustrazioni: capilettera decorati a vivi colori e impreziositi dall’oro, a motivi vegetali o figurati, affiancati talvolta da elaborati fregi che incorniciano la pagina con tralci e con immagini fantastiche. L’esemplare più antico è la Bibbia di grande formato (Bibbia “atlantica”) eseguita per il monastero pisano di San Vito e poi conservata a lungo nella Certosa di Pisa a Calci; eseguita da Alberto o Adalberto da Volterra e Viviano, la Bibbia è datata al 1168 ed è arricchita da numerose iniziali ornate, talora dipinte con figure di profeti. Gli sviluppi della miniatura sono testimoniati da un antifonario duecentesco, attribuito al “Maestro della Bibbia di Baltimora”, pittore che lascia a Pisa anche alcune testimonianze ad affresco. Per il Trecento, il museo espone una cospicua serie di manoscritti liturgici, corali che furono realizzati per il convento di San Francesco, raggruppabili intorno a tre nuclei principali: il primo, databile tra fine Duecento e primo Trecento, può essere messo in relazione con l’attività di Memmo di Filippuccio e collaboratori, il secondo presenta una stretta affinità con i dipinti di Francesco Traini, mentre il terzo rimonta agli ultimi decenni del Trecento con una maggior inclinazione per i dettagli decorativi (drôleries). Per l’orificeria si segnala un prezioso reperto della fine del Duecento, la croce-reliquiario di fattura veneziana in cristallo di rocca con miniature.
 
La pittura del Trecento (seconda metà).
Dal quarto decennio del Trecento, nel cantiere degli affreschi del Camposanto Monumentale si avvicendano i maggiori pittori del momento e di questa straordinaria ricchezza di linguaggi figurativi restano importanti testimonianze anche nel museo. I maestri fiorentini (Bernardo Daddi, Spinello Aretino) segnano il corso della pittura pisana a partire dal quarto-quinto decennio del secolo, ma sono presenti anche pittori di origine settentrionale, come Giovanni da Milano, Barnaba da Modena, Antonio Veneziano, Niccolò di Pietro Gerini; tra i senesi spiccano Taddeo di Bartolo e Martino di Bartolomeo, attivo fino ai primi anni del ‘400. Tra i pisani si segnalano Francesco Neri da Volterra, che assieme all’allievo Cecco di Pietro segna gli esiti della scuola pittorica cittadina nella seconda metà del Trecento, segnata da Jacopo di Michele detto il Gera, Getto di Jacopo, Neruccio Federighi, Neri di Nello. L’ultimo quarto del secolo è costellato dalle opere di maestri dall’identità incerta, convenzionalmente ripartiti sotto le etichette di “supposto Bernardo Falconi”, “Maestro della Universitas Aurificum”, ecc. Le opere, aperte per lo più alla lezione senese improntata al gusto del dettaglio e degli eleganti linearismi, nella quasi totalità sono tuttavia forse da ricondurre all’attività del longevo pisano Turino di Vanni, operoso fino ai primi decenni del Quattrocento e aperto alle più varie suggestioni figurative.
Ignoto è ancora l’autore della grande pala con Sant’Orsola che protegge Pisa dall’alluvione che pare legata all’attività a Pisa di un pittore fiorentino grottesco, ma che potrebbe anche attestare una fase iniziale dello stesso Turino Vanni. La devozione pisana non frequente alla “santa imperiale”, patrona di Colonia, costituisce anche una sorta di dichiarazione di fede politica nei confronti dell’impero cui Pisa era da tempo legata.
 
La pittura del Quattrocento.
Per il secolo XV il museo raccoglie dipinti di altissimo valore, prevalentemente di ambito fiorentino. Pisa cade infatti sotto la dominazione di Firenze a partire dal 1406, un evento che non solo cambierà il ruolo politico della città, ma ne segnerà profondamente le sorti artistiche. Da Pisa partiranno gli ultimi pittori locali e di loro rimangono poche attestazioni (ad esempio Borghese di Piero) e invece vi si recheranno, a partire da quella data, importanti maestri fiorentini, cui vengono commissionati i più prestigiosi arredi delle chiese e dei monasteri della città. Tra tutti spicca lo scomparto col San Paolo di Masaccio, facente parte del grande e innovativo polittico del Carmine di Pisa (1426) oggi smembrato: pur nella persistenza del fondo oro, la resa plastica della figura evidenzia la nuova concezione spaziale cui si indirizzano le ricerche del maestro. Nello stesso periodo è attivo in città, documentato in museo, anche il portoghese Àlvaro Pirez di Evora, mentre non è nota la collocazione originaria della nota Madonna dell’umiltà dell’“internazionale” Gentile da Fabriano e delle fronti di cassoni dipinte dallo Scheggia, fratello di Masaccio.
Documentati nel Quattrocento sono poi altri pittori fiorentini, toscani e fiamminghi, quali il Beato Angelico, Rossello di Jacopo Franchi, il Maestro della Natività di Castello, Paolo Schiavo, Lorenzo di Bicci, Neri di Bicci, Zanobi Macchiavelli, Benozzo Gozzoli, Domenico Ghirlandaio, il “Maestro della leggenda di santa Lucia” ecc. che operarono per i maggiori conventi pisani, dove lasciarono affreschi e dipinti che offrono oggi un quadro complessivo della particolare corrente figurativa umanistica basata sul valore della prospettiva, della luce, della naturalezza e insieme del recupero della classicità.
 
La pittura dal Cinquecento al Settecento.
I secoli XVI-XVIII sono testimoniati da un ingente numero di opere pittoriche, molte delle quali provvisoriamente conservate nei depositi per carenza di adeguati spazi espositivi. I primi decenni del Cinquecento segnano una stasi nella vita culturale di Pisa, di nuovo caduta sotto il dominio di Firenze (1509); tra le rare testimonianze pittoriche del museo di questi primi decenni si segnalano le tavole del piemontese Ambrogio da Asti e di Niccolò dell’Abbrugia attivo nella cattedrale. Nel Seicento sono attestati i pittori toscani legati alle maggiori committenze granducali tra cui spiccano il pisano Aurelio Lomi, Santi di Tito, Francesco Vanni, Ventura Salimbeni, il Cigoli, il Puligo, Matteo Rosselli, Francesco Curradi, Jacopo Vignali, Giovan Antonio Sogliani. Del Settecento sono presenti il pisano Giuseppe Melani, innovatore frescante barocco col fratello Francesco, Salvator Rosa, attivo in cattedrale, oltre a numerose opere del maggior pisano della seconda metà del secolo, Giovan Battista Tempesti, che introduce in città il gusto rococò di matrice francese.

Pisa (PI) - Museo Nazionale di San Matteo, Andrea e Nino Pisano, Madonna del latte, 1343-1347